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L'uomo con la pioggia dentro |
o: del perchè è importante permettersi di piangere. | |
| di Gabriele Romagnoli |
Cominciò una sera di settembre. Tornò a casa, appoggiò la valigia a terra e disse: "Piove". Lei lo guardò perplessa: non aveva visto cadere una sola goccia. Lui precisò: "Mi piove dentro". Lei accostò l'orecchio al suo petto e sentì il rumore di una pioggia leggera, coda di un temporale estivo, che ticchettava dentro di lui.
"Come è successo?", chiese.
"Ho visto un cane abbandonato, ferito, che guaiva a un angolo di strada. Mi è venuto da piangere, ma le lacrime non sono uscite, è cominciata invece questa pioggia dentro. Ora, però, rallenta".
Rallentò, sì, ma poi riprese: impetuosa quando vide suo fratello ammalarsi, insistente quando lesse la tragedia del gatto delle nevi, inevitabile a ogni riflesso dolore. E poiché era una persona molto sensibile, ma per quarant'anni si era travestito da cinico, dentro di lui pioveva di continuo. Soi fece visitare, esaminare, radiografare. Il medico concluse: "Si sta allagando".
Non propose cure, le riteneva inutili: troppe cose nella vita scatenavano quella pioggia, l'acqua impregnava ormai il suo fisico. Era fradicio e sempre più pesante. Fu costretto a mettersi a letto. Ormai non riusciva più a spostarsi, tanto era gonfio. Lei lo vegliò. Cercò di escluderlo dal mondo, perché non avesse traumi, ma lui adesso soffriva per il dolore che vedeva negli occhi di lei. Questo, più di ogni altra cosa, produsse lo scroscio che lo inondò.
Lei lo guardò affogare, poi gli chiuse gli occhi e restò con la testa sul suo petto, mare infine calmo. Quando udì lo scoppio del temporale andò alla finestra, ma vide il sole. Si accorse di non avere lacrime.
Non all'esterno.