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torna all'indice Raffaello Ossola - nomen omen
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Le critiche d'arte sono noiose. Cervellotiche. Le scrive perlopiù gente che disseziona con la testa ciò che è stato composto con il cuore: procedimenti inversi, "linguaggi" alieni (nientemeno che le due facce del Tao: il Pensare è maschile, il creare è Femminile)..
   Ho sempre dato ragione ad Asimov (e non vedo perchè dovrei smettere di farlo proprio adesso) quando asseriva che "Un critico è come un eunuco in un harem: può guardare, studiare, analizzare, formulare teorie.. ma quando si tratta di passare al sodo, nisba."
   O, per dirla in maniera più elegante: "Chi sa non parla, e chi parla non sa" - e questo, signori miei che avete storto il naso al salace commento di cui sopra, è nientepopòdimeno che Lao Tzu.
   Ma visto che a quanto pare le critiche d'arte serie ce l'hanno "per contratto", di essere infarcite di citazioni erudite, ne aggiungo una terza: "Commentare le battute di spirito è come mettere i ferri da cavallo alle farfalle" (Martin Kessel).
   Non diversa è la pretesa di spiegare l'arte, in particolare quella con la A maiuscola - che si differenzia da quell'altra per il semplice fatto di essere viva, e pertanto perfettamente capace di esprimersi da sè. (Lo so, sono un fanatico, ma se per apprezzare un'opera c'è prima bisogno che qualcuno la spieghi.. beh, secondo me ha più probabilità di essere un'equazione che un'opera d'Arte. Caso emblematico: le ripugnanti "merde d'artista", in cui è la trovata di inscatolarle ed etichettarle a renderle - con mia grande sorpresa - degne d'attenzione e persino del Sacrilego titolo di opere d'arte.)
   Così come la dodecafonia è Musica zoppa, perchè entra dalle orecchie ma si ferma al cervello (dov'è stata arzigogolatamente concepita) ed è del tutto incapace di scendere più giù (perlomeno fino al Cuore, ma - perchè no? - anche allo stomaco)..
   Beh, quanta cosiddetta arte in quest'epoca sciagurata viene definita tale solo perchè capace di abbindolare il mentalismo dei critici! Ma quando le cose anzichè analizzarle hai imparato a Sentirle, ti rendi immediatamente conto che il re è nudo, il sepolcro è imbiancato, e i colori di quel dipinto si opacizzano fino a ingrigirsi tipo quando spegni il computer. (Perlomeno se usi Windows. :-)

Invece piglia un quadro di Ossola e Respiralo. E prima di lasciare la stanza ti verrà istintivo salutarlo come se fosse una persona - talmente è vivo, dal forte carattere, magnetico come si conviene forse più ad un'icona che a un "riempi-muri da ricchi". (Specie quelli con la pessima idea di lastricare le pareti di quadri, meglio ancora se non c'entrano un fico secco gli uni con gli altri, tutti appiccicàti manco fossero le piastrelle del cesso. :-p)
   Non so se Ossola sia stato in India, e francamente non m'interessa: la sua risulta a pieno titolo arte Sacra degna di quella Tanjore – in cui l'artista infonde anima nella raffigurazione della divinità, non meno di quanto si usava anticamente fare "risvegliando il dio" all'interno della statua custodita nel sancta-sanctorum del suo naos.

Capaci tutti, di paragonare Ossola al Dalì più metafisico, o a Magritte (per certe inquadrature che paiono fatte volando reggendosi a un palloncino). Troppo facile, riconoscere in lui lo stesso gusto per l'estraniamento prospettico tipico di Escher, o per l'attento dosaggio della luce che già Caravaggio amava far emergere per contrasto dall'oscurità.
   Ma è solo quanto ti trovi faccia a faccia con un albero gigante di Ossola, che capisci che "forse" le trasmissioni in radiofrequenza non sono il "tam-tam a lunga distanza" che ti erano state spiegate in prima approssimazione.
   Lì capisci che Ossola non è il solito "metafisico" che s'inventa altri mondi: lui sta proprio parlandoti di QUESTO mondo ma con occhi di UN ALTRO mondo. Uno sguardo contemporaneamente distaccato (dall'alto, come gli angeli de "Il cielo sopra Berlino" di Wim Wenders) ma al tempo stesso incarnato (come in "Così lontano, così vicino", quando l'angelo impara il Costo di osservare le cose dal basso)..
   Peraltro il medesimo senso di estraniamento che in Escher era il fine, in Ossola è "banalmente" il mezzo: sorta di versione pittorica della bastonata che il maestro zen occasionalmente assesta sulla capoccia del discepolo, per creare in lui quell'attimo di stupore che conduce al Silenzio Interiore – la porta d'accesso sull'Eternità.
   ..che poi è la ragione per cui si dice (non a torto) che la vera Arte è eterna. E questo "tempo senza tempo" è precisamente l'infinito-"quando" in cui si collocano le opere di Ossola.

Sì, certamente: l'architettura (vasche, torrette, gradinate) ha un che del monumentalismo tipico maya o egizio, talvolta indù..
   Ma basta, questo, per situare quel dipinto nel passato?
   Sì, certamente: quei paesaggi dall'orizzonte ampio, alcuni brulli se non addirittura desertici, quel cielo pesto e livido che incombe su una terra riarsa, la totale assenza di figure umane (salvo rarissime eccezioni, in cui peraltro è l'artista stesso che si proietta come osservatore nel mondo che ha dipinto) e persino di animali, l'apparente progressione dal solo mondo minerale (1992) a quello vegetale (1993) e l'introduzione successiva dell'elemento acqua (1994).. beh, pare quasi la cronistoria della ricomparsa della vita sulla Terra, ambientata in uno scenario post-apocalittico tipo "Mad Max oltre la sfera del tuono" in cui non rimangono che le mute vestigia di un'antica civiltà spazzata via..
   Ma basta, questo, per situare quel dipinto nel futuro?
   E se fosse piuttosto il passato che si interseca nel futuro? Un po' come la “fata morgana” raffigurata in uno dei suoi primissimi vasconi (il “Senza titolo” del 1995), dietro al quale un anomalo orizzonte doppio si rifrange come un miraggio sopra lo schermo d'un'onda di calore.

La frammentaria eppur fluida mutevolezza che trasuda da ogni opera di Ossola ricorda molto da vicino quella che è caratteristica del mondo dei sogni: lo spazio-non-spazio immerso nel tempo soggettivo (kairos) ma del tutto privo di tempo oggettivo (chronos), che fa da punto di giunzione fra differenti stati di coscienza.
   A giudicare dai temi ricorrenti nelle sue fantasmagorie pittoriche, verrebbe quasi da dire che Ossola continua a fare lo stesso sogno. Rimanendo in qualche modo inchiodato agli stessi punti di riferimento (vasche, torrette, obelischi triangolari e grandi alberi) però aleggiandoci tutt'intorno – inquadrando dunque gli stessi luoghi da angolature diverse, alcuni in campo lungo e altri con lo zoom per focalizzarne meglio i dettagli.
   Un reportage onnirico dettagliato che poi imprime ad imperitura memoria nei suoi dipinti come fossero fotogrammi di una realtà impossibile distillata da realtà possibili - o viceversa. (Emblematici in tal senso i vasconi, sorta di teleschermo naturale che proietta "l'altro". E le finestre, e le porte, anch'esse affacciate su un imponderabile "altrove" che non mi è affatto estraneo per averne già fatta esperienza io stesso – seppure sotto forma di poesia e musica.)

E in questa sorta di universo parallelo, dove anche l'artificiale è naturale (le gradinate e le vasche sono in pietra, e si integrano perfettamente nel paesaggio), il cielo incombe muto ad osservare il mondo.. anzi, quasi a redarguirlo, rendendo piccolo tutto ciò che pur grande (vasto come la steppa o imponente come gli altipiani) esso sovrasta inclemente.
   Forse sta solamente aspettando la (ri?)comparsa dell'uomo – il grande vero assente, anzi desaparecido, nei mondi desertici che Ossola popola con rocce (incrostate di vegetazione come i sassi spesso lo sono di muschi e licheni, oppure protagoniste assolute - sospese "a filo a piombo" oppure impilate come un totem) oppure con il simbolo ricorrente del grande albero - sorta di vecchio saggio (o druido celtico) del regno vegetale.
   E mentre l'acqua rispecchia il cielo e per cui in fondo sè stessa (cosa sono le nuvole riflesse nell'acqua, se non esse stesse acqua allo stato gassoso?), l'osservatore si rispecchia nel dipinto mentre un'idea poco a poco si fa strada in lui: che quel mondo sia spopolato poichè, come ne "La storia infinita" di Michael Ende, il vero protagonista del dipinto è lui stesso – ed è proprio la sua presenza (che oramai è più nel quadro che meramente davanti ad esso) a completare l'opera, quasi a ottemperare al divino “andate e moltiplicatevi” atto a riempire un mondo appositamente creato vuoto.

Talco Talquez (4 Aprile 2008)

LE MIE PREFERITE (in ordine decrescente "tipo classifica")
La copertina del secondo volume! La copertina del terzo volume!
Incontro con sé stessi (2003)
Specchio (2006)
Impronta (2006)
Il tempo delle risposte (2003)

ROCCE IN SOSPENSIONE
La copertina del primo volume!
Equilibrio temporale 2 (2005)
Equilibrio (2006)
Silenziose atmosfere (2005)
Attesa (2005)

VASCONI
Realtà apparente (2003)
Passaggio verso il futuro (2004)
Stratificazione (2005)

ALBERI
Realtà apparente (2003)
Stratificazione (2005)
Tempo sospeso 5 (2006)
Emozioni (2000)
Senza titolo (1996)

PEDANTI COMMENTARII

Sia Attesa che Specchio mi piace considerarle teofanie, anche se solo parziali (il braccio di Dio, che altrove regge un bonsai di alberone cresciuto sulla roccia, o una piramide lanciforme).

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Raffaello Ossola (1954-)

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www.raffaello.ch

Vedi anche: Max (una mia poesia del 27/3/1993) e le copertine